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Napoli, schiaffo dei vandali ai Decumani tesoro dell'Unesco
A dispetto del nome, via Tribunali è sempre stata senza legge. Il Decumano Maggiore spacca Napoli senza goderne i vantaggi. Da Port’Alba a Castelcapuano, il vecchio tribunale, il ventre di Napoli ha sempre mostrato impudicamente le sue scorie, la zella incancellabile di Napoli.
Una passeggiata riesce a smentire tutte le fanfare che annunciano una città pulita e miracolata. L’unico prodigio è la ripulitura, in quella bomboniera di arte e storia che è piazza Riario Sforza, proprio per la festa di san Gennaro dello scalone dell’ingresso secondario del Duomo: hanno tagliato l’erbaccia cresciuta a steppa e caricato cassonetti di bottiglie, cartacce, plastica sfusa.
Giusto lo scalone è stato miracolato, perché in questo scrigno, con il portale durazzesco di Palazzo Caracciolo di Gioiosa, la guglia barocca del primo patrono, la più antica della città, realizzata dall’instancabile Cosimo Fanzago, ma soprattutto con il Pio Monte della Misericordia che custodisce il capolavoro dei capolavori di Caravaggio, «Le sette opere di Misericordia», nel bel mezzo di quattro secoli di Napoli Nobilissima, troneggia monnezza che s’è fatta monumento: carcasse di televisori, resi obsoleti dall’era del decoder, materassi, ante di mobili dozzinali, gente che rovista nei cassonetti.
Le basi dell’obelisco, in pieno autunno, sono verdeggianti di pianticelle selvatiche. E in un angolo riposano due rudimentali porte di calcio che i ragazzi montano per giocare a pallone, quando la piazza è finalmente sgombra delle auto in sosta.
Una coltellata nel cuore del patrimonio dell’Unesco. Piazze belle piazze dove passano lepri pazze e i turisti fanno gimkana tra i cumuli di monnezza per poter scattare una foto. Un’ardita coppia giapponese gradisce, come un tocco di esotismo, come la nuova sozza cartolina, uno scatto digitale accanto al montarozzo fetido. Peccato che la puzza non sia ancora riproducibile.
I Girolomini, poco più su, nacquero come palcoscenico irripetibile degli splendori controriformistici: un colpo d’occhio unico. La chiesa degli oratoriani di san Filippo Neri ha riaperto da pochi mesi, dopo decenni off-limits, tra restauri e terremoto. L’hanno riscoperta i napoletani, le guide e i turisti. Ma per arrivarci bisogna superare una barriera di cassonetti. Fosse solo questo. La piazza è una discarica di monnezza speciale sparsa a piacere e che neanche i piccioni degnano di una beccata: non solo tubi catodici, ma persino un frigorifero. Ma non c’erano multe salatissime per chi lasciva in strada gli elettrodomestici vecchi? Nel palazzo a destra della chiesa c’è una lapide che ricorda gli studi che lì compì Giambattista Vico, ma il marmo è spaccato e pericolosamente in bilico, come pure una sacchetta appesa a un lampione, lanciata da un balcone, come nella peggiore lettura folcloristica dell’igiene napoletana.
«In via Tribunali si sta stretti da duemila anni. Anche Svetonio dice che quella strada era angusta», scriveva quasi cinquanta anni fa Carlo Nazzaro, condirettore del «Mattino». Arrivare alla fine, scansando più i motorini spetazzanti che le bancarelle e le pizzerie, riserva un’ultima sorpresa: un enorme scritta spray sull’antico muro di tufo, proprio accanto alla porta di San Pietro a Majella, chiesa di memoria gotica voluta da Carlo II d’Angiò per ricordare Celestino V, il papa del gran rifiuto, il gran rifiuto, appunto. La scritta nera e rossa di chiara marca no global recita: «Tonino libero, never walk alone». Non camminerà mai solo, Tonino. Ma, visto lo scempio, sarà in pessima compagnia, di sicuro.
«La città è ormai la capitale del graffito selvaggio» denuncia Antonio Pariante del Comitato civico di Portosalvo, da anni impegnato nella lotta alle scritte che imbrattano i monumenti. «E non è la prima volta che viene deturpata. Durante la passata campagna elettorale per le Regionali vi attaccavano i manifesti dei candidati». Alla faccia della tutela del bene pubblico.Fonte: http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=121884&sez=NAPOLI

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