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  • "Aiuto, sono a Londra, mi hanno rubato tutto". L'ultima truffa, il phishing per riciclare denaro
    «Sono bloccato a Londra, mi hanno rubato soldi, documenti, carte di credito. Vi prego di inviarmi del denaro all’ufficio Western Union…». Molti italiani hanno ricevuto in agosto una mail con queste parole. Sembra infatti che il periodo delle ferie sia quello più idoneo alle truffe online: da Modena alla Versilia, dalla Lombardia all’Umbria sono state centinaia le persone e le aziende ad aver subito intrusioni informatiche mentre riposavano sotto l’ombrellone.
    LA POLIZIA POSTALE - Quella della richiesta di denaro per tornare a casa è la più diffusa: «Gli hacker sono riusciti ad accedere a una delle nostre caselle di posta elettronica – racconta Matteo Guerci, dipendente dell’azienda Fratelli Guerci di Casteggio – e ci hanno rubato la mailing list. Oltre a cancellare la posta archiviata hanno mandato la mail incriminata ai nostri contatti, clienti e fornitori compresi, a nostro nome». I titolari dell’azienda si sono accorti che qualcosa non andava quando, entrando nella casella, l’hanno trovata vuota. Dopo poche ore sono iniziate le telefonate da parte di chi aveva ricevuto la mail. Stessa cosa è accaduta al modenese Emilio Salemme, ma nel suo caso l’intrusione è avvenuta tramite l’account Facebook: «Una mattina a metà agosto mi chiama un amico per chiedermi se fossi a Londra. Così ho scoperto. Da Facebook avevano avuto accesso alla mia e-mail e l’avevano usata. Ho subito denunciato l’accaduto alla Polizia Postale che mi ha consigliato di prestare maggiore attenzione alla sicurezza informatica».
    COME DIFENDERSI - Sì, ma come? «Con l’aggiornamento costante del sistema antivirus, il periodico cambiamento delle password, backup settimanali e, nel caso di aziende, ottimi sistemi di sicurezza informatica», spiega Alessio Pennasilico, security evangelist dell'azienda Alba S.T. Ma questa è solo una delle migliaia di truffe informatiche: «Le più semplici si basano sul social engeneering perché l’utente, chi cioè riceve direttamente la mail, è l’anello vulnerabile della catena, il più facile da truffare: se a un dipendente di un’azienda arriva una richiesta di aiuto a nome del suo titolare si sentirà in dovere di aiutarlo e manderà i soldi» spiega Walter Narisoni, esperto di sicurezza informatica di Sophos. Per quanto riguarda le aziende gli attacchi possono essere di due tipi: «Mirati per accedere a dati privati – prosegue – o, come nel caso del social engeenering, attacchi di phishing accedono alle mailing list per raggiungere il maggior numero di persone possibile». Tra le più diffuse c’è quella per favorire il riciclo di denaro sporco.
    UN PROBLEMA CHE CRESCE - Con una mail gli hacker fingono di essere un’azienda e di cercare un intermediario per trasferire dei soldi: «Se accetti inviano del denaro sul tuo conto: devi soltanto trasferirlo via Western Union, trattenendo una percentuale per il disturbo. Peccato che senza saperlo tu stia favoreggiando il riciclo di denaro sporco», spiega Pennasilico. Diffusissimo anche il attraverso finte mail di banche o istituti di credito: «Mandano posta da falsi indirizzi e con un link rimandano a un sito uguale a quello della banca dove chiedono di inserire password o iban per dei controlli». Altri attacchi informatici hanno la finalità di accedere al più vasto numero di pc possibile, per poi utilizzarli per attività illecite: «Una volta entrati nei server li usano per mandare spam, attaccarne altri con le stesse modalità o creare reti di macchine compromesse da affittare». Sì, perché sul web esistono siti illegali che noleggiano gruppi di migliaia di server usurpati a prezzi che si aggirano intorno ai 400 dollari al giorno. «Per capire l’impatto della criminalità informatica basti pensare che nei laboratori di ricerca Sophos fino a due anni fa arrivavano 50mila segnalazioni di nuovi file infetti al giorno, oggi sono salite a 180mila», conclude Narisoni.
     
     
     
     
     http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_settembre_06/truffe-su-internet-pishing-hacker-sicurezza-informatica_1e5989f0-f82d-11e1-a29d-c7eff3c66a96.shtml

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  • Divieto di cookies senza autorizzazione: nessuno rispetta la nuova norma
    Con le modifiche introdotte di recente al codice della privacy, l’archiviazione automatica di cookies nel computer dell’utente di Internet non può avvenire senza l’espressa autorizzazione di questi: tuttavia la nuova normativa viene ancora ignorata dalle aziende che offrono servizi online.

    I cookies sono piccoli files di testo che si installano automaticamente dentro i computer durante la navigazione in rete e racchiudono le preferenze della navigazione stessa e i gusti del netizen. Tali dati, appetibilissimi per chi svolge vendite online, vengono poi sfruttati per vari scopi commerciali come l’invio di newsletter o la mostra di banner pubblicitari.

    Già la Comunità Europa aveva introdotto l’obbligo della previa informativa e autorizzazione dell’utente al tracciamento dei propri spostamenti sul web a partire dallo scorso 25 maggio. Una rivoluzione copernicana della privacy su internet che, tuttavia, al momento, i gestori dei siti sembrano poco intenzionati a rispettare. Sebbene ai fini dell’espressione del consenso possano essere utilizzate specifiche configurazioni di programmi informatici o dispositivi di facile e chiaro utilizzo, alcun avviso ancora compare nelle videate di chi si connette a qualsiasi url.

    La ricorrente giustificazione – troppo spesso impiegata nella realtà materiale – di incapacità ad adeguare nel breve periodo l’enorme mole di siti web, aziende ed enti governativi ci sembra, in questo ambiente, di scarso appiglio, posta la facilità di programmazione e aggiornamento dei codici. Prova ne è il fatto che anche un adempimento semplice come quello dell’obbligatoria indicazione della partita IVA in homepage per tutti i siti che producono reddito di impresa non viene ancora rispettato da tutti. Il che la dice lunga sull’osservanza delle norme del diritto in Internet.

    Non c’è in realtà alcuna volontà di agire in modo limpido e trasparente nei confronti degli utenti: un po’ forse perché l’incontrollata fobia del controllo generale, da parte di un Grande Fratello del marketing, si è diffusa anche tra i navigatori più sprovveduti e leggeri. Subordinare il tracciamento degli utenti al loro stesso consenso potrebbe voler dire la drastica riduzione dei dati personali da trattare e vendere per finalità pubblicitarie. Con buona pace del vero business che regge più della metà delle attività sul web.
    La pubblicità sarà anche l’anima del commercio, ma in Internet ne è anche il corpo!

    Sarebbe dunque ora che l’Autorità Garante per la privacy si svegli e proceda ad effettuare i dovuti accertamenti per imprimere un nuovo corso alla trasparenza su Internet, in devozione dei suoi stessi utenti. Utenti che, oggi, vengono trattati massivamente, senza alcun rispetto della privacy.



     http://www.avvocatoandreani.it/notizie-giuridiche/visualizza.asp?divieto-di-cookies-senza-autorizzazione-nessuno-rispetta-la-nuova-norma-7801f530c78e98754989f54cb158cdbf

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  • E-commerce: è truffa non consegnare la merce venduta con un’inserzione su un sito
    Maggiore tutela, da oggi in poi, per il consumatore che acquista beni da siti di vendite online o di aste: il Tribunale di Trento, in una recente e importante sentenza, ha stabilito che colui che acquista, su portali internet, beni che poi non gli vengono consegnati ha a disposizione non solo la normale tutela civilistica per inadempimento contrattuale, ma può anche agire in via penale, configurandosi il reato di truffa.

    In particolare – ha precisato il giudice – la messa in vendita di un bene per via telematica attraverso un sito di e-commerce noto e serio, costituisce un mezzo per indurre in errore i potenziali acquirenti sulle effettive intenzioni truffaldine di chi offre in vendita beni senza alcuna intenzione di consegnarli.

    Gli artifici e raggiri – necessari perché si configuri appunto la truffa – consistono nel fatto che il malintenzionato venditore sfrutta questa particolare modalità di vendita caratterizzata dal fatto che:
    - le parti non hanno tra loro contatti diretti e, pertanto, non sono conoscibili le rispettive esatte generalità
    - il compratore deve pagare anticipatamente il bene che si è aggiudicato all’asta e
    sperare poi che il venditore glielo faccia pervenire.

    Tale meccanismo di vendita pone l’acquirente in una particolare situazione di debolezza e di rischio. Di ciò approfittano truffatori, seriali o meno, che realizzano cospicui guadagni vendendo beni che in realtà non hanno alcuna intenzione di consegnare sin dall’inizio e dei quali non hanno il più delle volte neppure l’effettiva disponibilità.

    A questo punto, tenuto conto che molto spesso un’azione civile presenta costi e tempi spesso più onerosi di quella penale, e gli esiti sono ancora più incerti e di difficile realizzo (la condanna al pagamento delle somme di denaro non può essere eseguita se il debitore non è solvibile), con la tutela penale l’acquirente ha quanto meno un’arma in più, e certamente più incisiva, per tutelare i propri acquisti online.




     http://www.avvocatoandreani.it/notizie-giuridiche/visualizza.asp?-commerce-truffa-non-consegnare-la-merce-venduta-con-un-inserzione-su-un-sito-2eba9b267e22b839c7db50d3a01a30b6

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  • Facebook: investitori danneggiati, parte class action
    Facebook e le banche che hanno curato il collocamento finiscono nel mirino degli investitori.
    Cosi' come il Nasdaq finisce nel mirino del social network che, secondo indiscrezioni, avrebbe avuto contatti con il Nyse per un eventuale cambio di listino. Arrabbiati per il crollo in Borsa delle prime tre sedute e per le indiscrezioni sulla diffusione di informazioni sul social network solo a una ristretta cerchia di investitori da parte della banche, gli azionisti vanno all'attacco e presentano una serie di azioni legali, senza risparmiare nessuno, neanche l'amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg. Mentre le autorita' assicurano che indagheranno su quanto accaduto, il caso dell'ipo piu' attesa dell'anno raggiunge il Congresso, con la commissione bancaria del Senato che esamina informalmente la vicenda e la commissione finanziaria della Camera che raccoglie informazioni. I titoli Facebook chiudono oggi la prima seduta in deciso rialzo, salendo del 3,23% a 32 dollari per azione.
    Le accuse mosse a Facebook e alle banche, soprattutto Morgan Stanley, sono ad ampio raggio. L'azione legale avviata a New York dallo studio legale Lieff Cabraser Heimann & Bernstein accusa il prospetto informativo diffuso, stilato con ''negligenza'' e nel quale non figuravano ''dati chiave sulle attivita' e le prospettive''. Un'altra class action avviata in California dallo studio Glancy Binkow & Goldberg punta il dito contro alcuni manager di Facebook, Morgan Stanley, Goldman Sachs e JPMorgan per aver comunicato solo a una piccola cerchia di clienti e non al pubblico la revisione al ribasso delle stime da parte delle stese banche. Non si salva neanche il Nasdaq: un investitore, in un'azione legale, lo accusa di aver ''mal gestito'' l'ipo. Facebook si difende dalla accuse, definendole ''senza merito.
    Ci difenderemo in modo forte''. Zuckerberg e' sparito da quando venerdì scorso ha suonato la campanella del Nasdaq ma i dipendenti del social network lo attendono venerdi' prossimo, nel consueto appuntamento settimanale, per rispondere alle loro domande. A Menlo Park, quartier generale di Facebook, i dipendenti sembrano ignorare il crollo dei titoli (15% in tre giorni) e continuano a pubblicare sui loro profili foto che celebrano l'ipo e congratulazioni. A difendersi dalla accuse, anche dalla citazione dello Stato del Massachusetts, e' anche Morgan Stanley. Per ''Facebook sono state seguite le stesse procedure usate per tutte le altre ipo. Le procedure sono in linea con le norme''.
    Secondo il Wall Street Journal, Morgan Stanley e altre banche che hanno curato il collocamento di Facebook hanno realizzato un profitto di 100 milioni di dollari, intervenendo per stabilizzare il prezzo del social network. Morgan Stanley - secondo il Wall Street Journal - avrebbe anche assicurato al chief financial officer di Facebook, David Ebersman, che c'era una domanda sostenuta per aumentare il collocamento del 25% solo tre giorni prima dell'ipo.



     http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/05/23/Facebook-investitori-danneggiati-parte-class-action_6919489.html

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  • Navigate con tante schede aperte? Attenti all'attacco "Tabnabbing
    NON E' UNA MINACCIA inattesa, quella del "Tabnabbing", una sofisticata tecnica per trafugare dati sensibili e credenziali di accesso. Questo modello di "phishing" funziona grazie alla possibilità offerta da ormai tutti i browser di navigare a schede, ovvero non soltanto attraverso una singola pagina ma con diverse "tab" che si aprono per contenere in un'unica schermata sessioni di navigazioni su percorsi diversi. Ma anche se non è un pericolo nuovo, la diffusione della navigazione a schede anche tra gli utenti meno esperti e meno avvezzi agli attacchi del cybercrimine rende il Tabnabbing una risorsa potenzialmente molto proficua per i malintenzionati. Ecco come funziona e come difendersi.

     Tabnabbing. L'attacco hacker di questo tipo è relativamente poco diffuso, e per questo può trarre in inganno anche utenti più esperti. In sostanza quello che fa il criminale è attirare l'utente su una pagina web attraverso un link, proprio come nei normali attacchi phishing. Questa pagina non chiede dati di accesso, ma offre dei contenuti a volte ben confezionati, che inducono l'utente a non chiudere la scheda, magari per guardarla in un secondo momento, ma ad aprirne un'altra per continuare la navigazione verso altri percorsi. E' qui che entra il gioco il "tabnabbing", ovvero attraverso un codice eseguito da quella pagina, l'utente distratto dalla nuova scheda che sta guardando non presterà attenzione alla vecchia, che nel frattempo si è trasformata: assumendo
    magari l'aspetto di una pagina di accesso alla posta elettronica o altri servizi protetti, cambiando addirittura la "favicon", l'icona che contraddistingue la pagina sulla scheda e nella barra dell'indirizzo. Un vero colpo da maestro per il cybercriminale, che a quel punto non deve fare altro che attendere che l'utente inserisca i suoi dati (veri) nella pagina web mutante (e falsa). A quel punto il gioco è fatto.

     Come proteggersi. Al di là del vecchio metodo che consiste nel non cliccare su link sospetti o di provenienza poco chiara, dal Tabnabbing ci si difende essenzialmente controllando sempre cosa c'è scritto nella barra degli indirizzi. Se al sito visualizzato corrisponde un indirizzo riconoscibile come reale, non c'è rischio di tabnabbing. Ma se la "url" che compare nella barra è strana e sembra non avere nulla a che fare con il sito, allora l'attacco di  è in corso. Non è peraltro detto che l'indirizzo non sia stato camuffato a sua volta, e in questo caso, la soluzione migliore è sempre evitare di inserire credenziali in un servizio a cui l'accesso risulta già effettuato. E se non c'è più la scheda "legittima", aprirne un'altra e navigare all'indirizzo desiderato.



     http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/04/17/news/navighi_con_tante_schede_aperte_attenzione_all_attacco_tabnabbing-33409334/?ref=HREC2-10

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  • Un worm infetta 600mila Mac. Ecco come rimuovere Flashback
    E' TREMENDO "Flashback", il virus che ha colpito seicentomila Mac negli ultimi tempi. L'allarme viene da Dr. Web, un'azienda russa di antivirus, e Apple ha già rilasciato il codice per tappare la falla. Piuttosto pericolosa visto che dai report sembrano essere stati colpitie infettati  anche 274 Macintosh collocati nella sede della mela a Cupertino.

    Flashback si insinua nel sistema utilizzando una vulnerabilità Java dei browser internet Safari. All'inizio il "worm" arrivava nei computer camuffato da estensione per Flash, ma ha presto trovato altre strade e metodi più aggressivi di contagio dopo essere stato intercettato e messo in quarantena. E la recrudescenza ha fatto più danni dell'attacco originario.

    E' la prima volta che un virus colpisce il mondo Mac su una scala così vasta. Da Cupertino la "patch" per risolvere il problema è arrivata quasi subito, un'altra grana dopo le segnalazioni dei problemi con il Wifi del nuovo iPad, per cui Cupertino ha già attivato una procedura di recupero e sostituzione dei tablet affetti. Ad ogni modo, il 57% delle macchine infette è negli Usa, il 20% in Canada. In Italia si stima un trascurabile 0,3% di macchine collegate alla Botnet di Flashback.

    Come guarire il Mac.
    In soccorso degli utenti Apple oltre al monitoraggio di Dr. Web arriva anche F-Secure, che ha pubblicato una procedura da seguire utilizzando la funzione "Terminale" di Mac Os. E' infatti possibile che l'infezione al computer sia
    già in atto, dopo la penetrazione del virus nel sistema. Per ripararsi è possibile anzitutto disabilitare Java. Nel caso la falla fosse già aperta, ecco la guida alla rimozione del malware come redatta da F-Secure.

    1 - Aprire il terminale e digitare “defaults read /Applications/Safari.app/Contents/Info LSEnvironment”
    2 - Prendere nota dei codici DYLD_INSERT_LIBRARIES e premere nuovamente invio
    3 - Se si riceve un messaggio d’errore simile a “The domain/default pair of (/Applications/Safari.app/Contents/Info, LSEnvironment) does not exist” non si è infetti.
    4 - Se i file vengono effettivamente trovati, digitare “grep -a -o ‘__ldpath__[ -~]*’ %percorso_del_punto_2% ” e prendere nota del valore di fianco a “__ldpath__”
    5 - Eseguire i comandi “sudo defaults delete /Applications/Safari.app/Contents/Info LSEnvironment” e “sudo chmod 644 /Applications/Safari.app/Contents/Info.plist”, cancellando poi i file trovati nel secondo punto e nel quarto.
    6 - Eseguire il comando “defaults read ~/.MacOSX/environment DYLD_INSERT_LIBRARIES” e, se si riceve un messaggio come “The domain/default pair of (/Users/joe/.MacOSX/environment, DYLD_INSERT_LIBRARIES) does not exist” il trojan è stato correttamente rimosso. In caso contrario, eseguire nuovamente “grep -a -o ‘__ldpath__[ -~]*’ %percorso_del_punto 4% “, prendendo nota dei valori.
    7 - Dopo aver eseguito “defaults delete ~/.MacOSX/environment DYLD_INSERT_LIBRARIES launchctl unsetenv DYLD_INSERT_LIBRARIES”, cancellare i file indicati nei punti precedenti.



    http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/04/05/news/un_worm_infetta_600mila_mac_ecco_come_rimuovere_il_virus-32811422/?ref=HREC2-8

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  • Lecito l'uso in internet di uno pseudonimo ma deve corrispondere a una reale identità
    Anche se è lecito aprire una casella di posta elettronica utilizzando nomi di fantasia (pseudonimi) è necessario però che a quei nomi corrispondano identità reali perché se si crea una casella di posta a nome di un'altra persona si commette reato. E quanto fa notare la Corte di Cassazione occupandosi del caso di un intraprendente cibernauta che aveva deciso di partecipare a delle aste on-line uno pseudonimo che però non corrispondeva alla sua reale identità. La Terza sezione penale della Corte ha spiegato che "la partecipazione ad aste on line con l'uso di uno pseudonimo presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identita', accertabile on line da parte di tutti i soggetto con i quali vengono concluse le compravendite". E' stata quindi convalidata una multa per il reato di sostituzione di persona nei confronti di un quarantaduenne che aveva utilizzato i dati anagrafici di una donna aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica. In questo modo era ricaduta sull'inconsapevole intestataria dell'email la morosità per i pagamenti dei beni acquistati partecipando a delle aste in rete. L'uomo ha tentato di difendersi cercando di dimostrare di aver usato i dati di quella donna solo per iscriversi al sito delle aste partecipando poi alle stesse con un nome di fantasia. La Cassazione però (sentenza n. 12479/2012) ha fatto notare che non può mancare una corrispondenza tra lo pseudonimo e una reale identità. Ciò secondo la Corte è necessario al fine "di consentire la tutela delle controparti contrattuali nei confronti di eventuali inadempimenti". In sostanza, spiegano i supremi giudici, rientra nel "reato di sostituzione di persona, la condotta di colui che crei e utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalita' di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet, nei confronti dei quali le false generalita' siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalita' siano state abusivamente spese". 



    http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_11748.asp

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  • Il Quirinale denuncia la truffa online
    Convinti di scaricare software gratuito, solo quando sono stati bersagliati da una raffica di richieste di pagamento decine di migliaia di italiani si sono resi conto loro malgrado di aver sottoscritto un abbonamento-trappola. Ora il sito www.italia-programmi.net è stato sequestrato per essere oscurato su richiesta della Procura di Milano che indaga per truffa, ma una di queste minacciose lettere sgrammaticate con paroloni quali «notifica, recupero crediti, avvocati, tribunali, spese...» lo scorso 6 febbraio non avrebbe potuto fare vittima più illustre e anche un po' curiosa: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
    La società titolare del sito, Estesa Limited, sede formale a Mahe, Seychelles, è da tempo nel mirino della rete e dell'Antitrust. Nonostante blog e associazioni di consumatori invitino a non pagare, c'è sempre qualcuno che per evitare rogne decide di mettere mano al portafogli, magari prendendosela con se stesso per non essersi accorto di ciò che ha sottoscritto. Invece il trucco c'è, e non è neppure facile accorgersene, secondo il pm Francesco Cajani, del pool guidato dall'aggiunto Alberto Nobili. Una volta finiti sul sito attraverso motori di ricerca come Google (gli autori del sistema hanno acquistato parole chiave su AdWords, la piattaforma pubblicitaria del gruppo), ci si convince di poter scaricare i programmi (tutti già gratuiti) solamente registrandosi con nome, cognome e indirizzo email. Questo, invece, equivale ad abbonarsi per due anni a 8 euro al mese, 96 euro anticipati all'inizio di ciascun anno. Almeno 25mila le vittime, secondo quanto risultava all'Antitrust qualche mese fa. Probabilmente sono molte di più.
    Il Garante della concorrenza e del mercato si è occupato la prima volta della vicenda ad agosto 2011, quando ha imposto a Estesa Limited di modificare la pagina di apertura mettendo in chiaro che c'era da pagare. Le indagini della Squadra reati informatici - oltre 200 le denunce in Procura a Milano - hanno però accertato che la società ha escogitato «un meccanismo truffaldino ancora più sofisticato»: di giorno, «quando gli uffici dell'Antitrust sono aperti», sul sito si legge «Crea il tuo account a soli 8 euro», ma di notte, quando la maggioranza degli utenti naviga e scarica, sparisce il costo e la frase si accorcia a «Crea il tuo account». Per percepire che si tratta di un sito a pagamento, è necessario accedere alla homepage e cliccare su «Diventa socio ora», ma si tratta di «avvertimenti quasi invisibili all'occhio dell'utente», scrive il Gip Cristina Di Censo che ha disposto il sequestro preventivo del sito ordinando a tutti i provider italiani di oscurarlo.
    Un mese fa l'Antitrust ha sanzionato per 1,5 milioni la società per pratiche commerciali scorrette trasmettendo il dossier alla Procura di Roma e segnalando che dietro Estesa probabilmente c'è Euro Content, la stessa società di diritto inglese che nel 2010 gestiva easy-dowload.net, sito che funzionava con lo stesso meccanismo degli 8 euro e che fu multato per 960 mila euro. Una volta «iscritti», la «articolata strategia truffaldina» prevede richieste di pagamento sempre più inesistenti e minacciose. Come una convocazione di fronte a un fantomatico «Tribunale regionale giudiziario» che dovrebbe «vincere la resistenza dei recalcitranti» e spingerli a pagare. Immaginate la sorpresa del Quirinale - dove probabilmente nessuno si è mai registrato di persona - quando si è visto notificare il sollecito di pagamento dei 96 euro più 8,5 per spese di recupero. Nella lettera indirizzata direttamente a Napolitano c'è tanto di causale (F681819) e Iban per il bonifico da inviare entro il 23 febbraio (CY300005001400001400154795201, che fa riferimento a una banca di Cipro). Napolitano, che tramite gli uffici del Quirinale ha denunciato l'accaduto alle forze dell'ordine, non è nemmeno la prima vittima illustre: nel 2011 lo stesso Antonio Catricalà, allora presidente dell'Antitrust, aveva dichiarato a «Striscia la Notizia», di aver ricevuto la notifica pur non avendo mai avuto accesso al sito.
     
     
    http://www.corriere.it/economia/12_aprile_03/il-quirinale-denuncia-la-truffa-online-giuseppe-guastella-massimo-sideri_fa955464-7d4c-11e1-adda-3290e3a063cc.shtml

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  • Fiala killer, un errore nel confezionamento
    Un errore di confezionamento o di etichettatura e una sostanza che e' letale se assunta in dosi eccessiva come il nitrito di sodio e' stata messa in vendita al posto dell'innocuo sorbitolo facendo il giro di mezza Europa per finire in un centro diagnostico di Barletta dove ha causato la morte di una donna e avvelenato altre due. E' questa l'ipotesi su cui stanno lavorando gli inquirenti della procura di Trani che indagano sulla morte di Teresa Sunna, la giovane donna che sabato 24 marzo e' morta dopo avere assunto nel centro medico quella polverina bianca sciolta in acqua, in tutto simile al sorbitolo, ma letale. Si era sottoposta al test per capire il perche' di un persistente bruciore di stomaco ed invece e' morta. Roberto Gagliano Candela, il tossicologo che ha analizzato la sostanza assunta dalla donna e dalle altre due che pero' si sono salvate, ha riferito oggi al pm che, benche' siano in corso analisi residue, la sostanza ingerita conteneva, oltre al 70 per cento di nitrito di sodio, probabilmente solo sali di lavorazione e nemmeno una traccia di sorbitolo. Inoltre, secondo quanto ha dichiarato oggi agli inquirenti in procura a Trani l'amministratore delegato della Cargill, Domenico Meldolesi, l'azienda alimentare di Castelmassa (Rovigo) che produce il sorbitolo non produce nitriti. Esclusa quindi la possibilita' di una contaminazione, si ipotizza che l'errore fatale sia avvenuto dopo la fase di produzione in uno dei passaggi di vendita che porta sino all'azienda irlandese Mistral che, via internet, ha distribuito il prodotto al laboratorio di Barletta e ad altri 20 acquirenti non italiani. Si continua ad indagare quindi per individuare in quale fase della filiera di vendita il sorbitolo (che viene venduto in sacchi da almeno 25 chilogrammi dalla Cargill) sia stato suddiviso in confezioni piu' piccole (quella usata nello studio medico e' da cinque chilogrammi) dando luogo all'errore di etichettatura. Secondo quanto ha riferito il tossicologo, il nitrito di sodio e' letale se una persona di 65 chilogrammi ne assume da due grammi in su. Alle tre donne ne e' stata somministrata una soluzione da 5 grammi contenente 3,5 grammi della sostanza letale. Sul fronte della sicurezza il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, ha annunciato che sono stati attivati i canali internazionali e l'Interpol per rintracciare tutti coloro che hanno comprato sorbitolo dalla Mistral su eBay e bloccare l'eventuale uso della sostanza nocive. Il ministro della salute, Renato Balduzzi, ha ribadito che ''la vendita di farmaci on line e' vietata, le farmacie autorizzate possono vendere solo integratori, tra cui rientra anche il sorbitolo, ma non e' facile impedire il commercio on line''. ''Grazie ai controlli - ha aggiunto - in Italia abbiamo la percentuale di contraffazioni piu' bassa d'Europa, ma occorre intensificare i controlli e informare i cittadini sui rischi''. A Barletta, intanto stanno molto meglio le due donne che si sono sottoposte al test insieme con Teresa Sunna e che grazie ad un antidoto somministrato al pronto soccorso si sono salvate. La piu' anziana delle due, Addolorata Piazzolla, 62 anni, ha lasciato oggi il reparto di rianimazione. Resta ricoverata insieme con l'altra, Anna Abbrescia, 32 anni, nel reparto di Medicina.



    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/03/24/visualizza_new.html_156034153.html

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  • Sorbitolo killer, procura: capire se fiala era adulterata
    Il sito di compravendite online eBay ha bloccato le vendite di Sorbitolo nel mondo e collabora con le autorità impegnate nelle investigazioni. Lo ha reso noto lo stesso sito in una nota. "eBay è profondamente addolorata da quanto accaduto a Barletta sabato 24 marzo. Ci sentiamo vicini alla famiglia della vittima" si legge nella nota.

    OGGI AUTOPSIA A BARI - Sarà eseguita oggi alle 15 nel policlinico di Bari l'autopsia sul corpo di Teresa Sunna, la donna di 28 anni morta a Barletta dopo aver ingerito una fiala di sorbitolo prima di sottoporsi ad un test clinico di gastroenterologia. Il pm della Procura di Trani, Michele Ruggiero, al termine di una riunione tecnica presieduta dal procuratore Carlo Maria Capristo, ha affidato l'incarico a medico legale Giancarlo Divella e al tossicologo Roberto Gagliano Candela.

    Sono cinque, sostanzialmente, i quesiti che la Procura della Repubblica di Trani ha posto ai medici incaricati dell'autopsia. Gli inquirenti chiedono di sapere quale tipo di sostanza sia stata somministrata alla vittima e alle due donne che hanno accusato malori, se questa sostanza faccia parte di un protocollo farmaceutico, la causa della morte di Teresa Sunna e del malore accusato dalle altre due donne, se sia stata tempestiva l'attività di soccorso da parte del personale del 118 e le modalità di acquisizione tramite internet del sorbitolo e di prodotti similari.

    Sono buone le condizioni delle due donne che sabato scorso sono state colte da malore dopo avere ingerito una soluzione, di acqua e sorbitolo per poter effettuare test per le intolleranze alimentari in un centro diagnostico. La stessa soluzione che ha provocato la morte della 28enne tranese Teresa Sunna. Sono ancora ricoverate nei reparti di rianimazione, la 62enne, Addolorata Piazzola, e di medicina, la più giovane di 32 anni, Anna Abbrescia, solo perché possano restare ancora un po' sotto osservazione, ma le loro condizioni cliniche non destano preoccupazione. Le donne rifiutano di parlare con i giornalisti dopo che la più giovane, Anna Abbrescia, ieri, ha rilasciato una intervista televisiva e dopo avere subito il pressing di media locali e nazionali. I medici fanno loro da 'scudo': "Dobbiamo preservare queste pazienti, non è giusto questo assalto mediatico, la paziente non vuole parlare con nessuno", dice il medico di turno del reparto di medicina.

    "Il vero problema, quello sul quale ci stiamo impegnando, è di individuare se ci siano state attività di manomissione di questo sorbitolo". Lo ha detto il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trani, Carlo Maria Capristo, parlando con i giornalisti in una pausa di una riunione tecnica in corso. In procura è in corso una riunione per l'affidamento dell'incarico autoptico per stabilire le cause della morte di una giovane donna, dopo che aveva ingerito una sostanza per un esame di gastroenterologia.

    Riferendosi alle tonnellate di prodotto sequestrate dal pm Michele Ruggiero, che dirige l'inchiesta, in un'azienda di Rovigo, il procuratore ha specificato che si cercherà di verificare "se questa sostanza è l'E420, come viene indicato tecnicamente il sorbitolo, e se ci sia una scheda tecnica di accompagnamento in sintonia con la sostanza che andiamo ad analizzare". "Interessa sapere - ha aggiunto - se questa sostanza è effettivamente come è stata venduta via Internet, o se è stata adulterata". Capristo ha riferito che sono stati "attivati anche canali internazionali", perché il sorbitolo è stato venduto via internet anche all'estero. Il prefetto di Barletta-Andria-Trani, Carlo Sessa, ha "attivato - ha detto ancora il procuratore - un allarme sanitario".

    Prosegue il monitoraggio da parte del ministero della Salute. Gli esperti assieme agli investigatori stanno seguendo le indagini e raccolgono dati. Il gruppo di lavoro ha continuato il monitoraggio senza interruzioni anche stanotte. "Il mio assistito ha solo consigliato, per effettuare l'esame, uno studio tra i più noti di gastroenterologia, con il quale c'era collaborazione da anni e dove non si erano mai verificati incidenti". Lo ha detto l'avv. Massimo Chiusolo, difensore di Mario Donato Pappagallo, uno dei tre indagati per la morte della donna che prima dell'esame aveva ingerito una fiala di sorbitolo. Pappagallo è il medico che aveva in cura la paziente, morta sabato scorso.

     
     
     
     
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/03/24/visualizza_new.html_156034153.html

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  • Blackout di Facebook in Europa il social network giù per mezz'ora
    Maxi-blackout per Facebook: il più popolare dei social network è risultato inaccessibile in diversi Paesi europei, tra cui Italia, Francia e Germania, per almeno mezz'ora. Secondo il sito Zdnet il blocco ha interessato quasi tutto il Vecchio Continente e forse anche Egitto, Pakistan, Sud Africa, Emirati Arabi.

    In Italia i collegamenti al sito di Mark Zuckerberg sono ripresi verso le nove del mattino. Il blackout ha subito infiammato il popolo del web e su Twitter è stato coniato l'ashtag 'facebookdown'. Immancabili le ironie:  "Facebook is down, boom di bambini a dicembre"; "Facebook k.o, ci sarà un picco di produttività negli uffici".

    Successivamente, la stessa Facebook ha diffuso un comunicato per spiegare l'accaduto: "Abbiamo avuto difficoltà tecniche che hanno provocato l'inaccessibilità del sito per molti utenti in Europa", si legge nella nota diramata da Palo Alto. "Il problema ora è stato risolto. Ci scusiamo per l'inconveniente".

    Secondo alcuni blog, l'intoppo avrebbe riguardato il dns, il sistema che traduce in stringhe testuali (come www.facebook.com) gli indirizzi ip numerici che identificano ogni macchina collegata a internet. Un'indiretta conferma di questa ipotesi arriva dal fatto che l'inaccessibilità di Facebook sembrava legata anche al provider con il quale gli utenti si collegano alla rete: non tutti i navigatori hanno subito il blackout. 
     
     
     
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/03/07/news/allarme_blocco_facebook-31083636/?ref=HREC1-11
     

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  • Reati informatici: introdotta la confisca come pena accessoria
    La legge 15 febbraio 2012, n. 12 nel disciplinare nuove misure per il contrasto ai preoccupanti fenomeni di criminalità informatica prevede al primo comma un’importante modifica dell’art. 240 del c.p. introducendo la confisca dei beni e degli strumenti informatici o telematici che risultino essere stati in tutto o in parte utilizzati per la commissione dei reati di cui agli articoli 615-ter, 615-quater, 615-quinquies, 617-bis, 617-ter, 617-quater, 617-quinquies, 617-sexies, 635-bis, 635-ter, 635-quater, 635-quinquies, 640-ter e 640-quinquies. In pratica tutte le tipologie di reati informatici introdotte dalle leggi n. 547/1993 e n. 48/2008.
    L’art. 2 della legge 12/2012 introduce anche l’art. 86-bis del d.lgs. n. 271/1989 (norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale) prevedendo che i beni e gli strumenti informatici o telematici oggetto di sequestro che, a seguito di analisi tecnica forense, risultino essere stati in tutto o in parte utilizzati per la commissione dei reati di cui agli articoli 473, 474, 615-ter, 615-quater, 615-quinquies, 617-bis, 617-ter, 617-quater, 617-quinquies, 617-sexies, 635-bis, 635-ter, 635-quater, 635-quinquies, 640-ter e 640-quinquies del codice penale sono affidati dall'autorità giudiziaria in custodia giudiziale con facoltà d'uso, salvo che vi ostino esigenze processuali, agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l'impiego in attività di contrasto ai crimini informatici, ovvero ad altri organi dello Stato per finalità di giustizia.
    Inoltre è previsto che gli stessi beni e strumenti ove acquisiti dallo Stato a seguito di procedimento definitivo di confisca, possono essere assegnati alle amministrazioni che ne facciano richiesta e che ne abbiano avuto l'uso ovvero, ove non vi sia stato un precedente affidamento in custodia giudiziale, agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l'impiego in attività di contrasto ai crimini informatici o ad altri organi dello Stato per finalità di giustizia.
    Quindi per reati come: l’ accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico; la detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici; la diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico; l’installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche; la falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche; l’intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche; l’installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire od interrompere comunicazioni informatiche o telematiche; la falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche; il danneggiamento di sistemi informatici e telematici; il danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità; il danneggiamento di sistemi informatici o telematici; la frode informatica oltre alle sanzioni previste dalle specifiche disposizioni normative si aggiunge come ulteriore pena accessoria la confisca degli stessi beni che collegati all’esecuzione di fatti criminosi potrebbero essere nuovamente utilizzati per porre in essere un’attività criminosa.
    Di conseguenza è evidente che la finalità di una simile disposizione si ravvisi proprio nella specifica esigenza di evitare che la disponibilità di cose funzionali o conseguenti al reato possa spingere nuovamente il reo a delinquere. Infatti, se fossero lasciate nella piena disponibilità del reo, le predette res potrebbero, certamente, costituire un incentivo alla commissione si ulteriori reati.



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  • Arresti domiciliari? Vietato l’uso del social network
    Il divieto di comunicazione con persone terze, estranee alla cerchia familiare convivente, è valevole anche per quanto concerne l’utilizzo di internet, tramite social network.
    Così la Suprema Corte di Cassazione, nella sezione IV penale, ha stabilito con la sentenza 31 gennaio 2012, n. 4064, con cui sono stati precisati i limiti telematici entro cui ha facoltà di “movimento” chi si trova agli arresti domiciliari.
    Nella fattispecie oggetto di controversia ad un soggetto era stata sostituita la misura degli arresti domiciliari con quella della custodia in carcere; ciò in quanto aveva, appunto, violato il divieto di comunicazione con persone differenti da quelle conviventi.
    Il ragazzo era stato trovato in collegamento tramite un social network con il coimputato del delitto di produzione, detenzione e traffico di sostanze stupefacenti.
    Da ciò ne derivava il ricorso dinanzi la Cassazione per l’imputato, lamentando che nella prescrizione del citato divieto non era specificato che nello stesso era compreso anche quello della comunicazione a distanza; quindi non c' era stata violazione perché non si era parlato espressamente di chat.
    I giudici di legittimità, con la sentenza in commento, hanno, però, dichiarato totalmente inammissibile il ricorso presentato, poiché, come già evidenziato in apertura e rifacendosi ad una sentenza della Corte (Cass. n. 37151/2010), il divieto di comunicazione è valido anche per quanto concerne internet (nello specifico Facebook).
    Si precisa, comunque, che l’uso del mezzo non è, però, illecito quando assuma una mera funzione conoscitiva.
    Nel caso di specie l’utilizzo di internet da parte del soggetto (nei confronti del quale era stata ripristinata la custodia in carcere) non aveva una finalità conoscitiva, come sopra evidenziato, bensì era finalizzato alla preparazione del progetto criminoso da attuare in occasione della liberazione di un altro complice ristretto in carcere.
    Partendo da tale considerazione, quindi, la Corte ha convalidato la decisione del Tribunale di Lecce... quindi... internet va bene… ma il social network no... dai domiciliari si torna in cella!



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  • Sì al controllo delle mail aziendali se il dipendente è infedele
    L'azienda può controllare la posta elettronica del dipendente a patto che questi controlli siano finalizzati a trovare riscontri ai comportamenti illeciti del dipendente stesso. Lo ha sancito la Cassazione nel convalidare un licenziamento per giusta causa irrogato nei confronti di un dirigente bancario del gruppo Unicredit accusato di aver divulgato tramite messaggi di posta elettronica diretti ad estranei notizie riservate relative ad un cliente della banca e di avere posto in essere, grazie alle notizie in questione, operazioni finanziarie da cui aveva tratto vantaggio personale. Il licenziamento nei confronti di Alfredo B. era scattato il 15 marzo del 2004 in seguito ai controlli che l'istituto di credito aveva effettuato sulle mail del dirigente. Secondo piazza Cavour questo genere di controlli non lede "la dignità e la riservatezza del lavoratore" a patto che questo genere di controlli sia fatto non per verificare "l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro ma sia destinato ad assertare un comportamento che pone in pericolo l'immagine" dell'azienda presso terzi. La validità del licenziamento inflitto al dirigente bancario addetto all'ufficio 'Advisory center' era stata accertata dalla Corte d'Appello di brescia il 13 ottobre 2009. Inutile la difesa del dirigente bancario in Cassazione volta a dimostrare che il controllo effettuato dal datore di lavoro sulla posta elettronica aziendale del dipendente era contraria alla norma dello Statuto dei lavoratori ma anche all'articolo 114 del decreto legislativo 196 del 2003 in materia di salvaguardia dei dati personali. La sezione lavoro (sentenza 2722) ha respinto la tesi difensiva di Alfredo B. e ha osservato che nel caso in questione "il datore di lavoro ha posto in essere una attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti, ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti poi effettivamente riscontrati". In altre parole, chiarisce piazza Cavour, il controllo delle mail aziendali era di natura difensiva, dunque "non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo l'immagine dell'istituto bancario". Più in generale la Cassazione ricorda che "la possibilità di tali controlli si ferma davanti al diritto alla riservatezza del dipendente al punto che la pur insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore".



    Fonte. Adnkrons

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  • La Corte di Giustizia boccia la censura sul web
    La Corte di Giustizia Europea, con una sentenza che farà sicuramente discutere, è intervenuta nella interminabile querelle che coinvolge la tutela del diritto d’autore su Internet stabilendo che i provider non possono imporre filtri al web per impedire agli utenti di scaricare file pirata, perché questa pratica è contraria al diritto comunitario.
    In particolare i provider non possono diventare “sceriffi del web” poiché questa non è la loro funzione e d’altro canto costringere il provider ad  un simile comportamento repressivo violerebbe il divieto di imporre ai gestori del social network  un obbligo generale di sorveglianza, e l'esigenza di garantire il giusto equilibrio tra la tutela del diritto d'autore, da un lato, e la libertà d'impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni dall’altro lato.
    In particolare, secondo la Corte di Giustizia, predisporre un sistema di filtraggio implicherebbe l’identificazione, l’analisi sistematica e l’elaborazione delle informazioni relative ai profili creati sulla rete sociale dagli utenti della medesima, informazioni, queste, che costituiscono dati personali protetti, in quanto consentono, in linea di principio, di identificare i suddetti utenti.
    Inoltre l’imposizione di un filtro rischierebbe di ledere la libertà di informazione, poiché tale sistema potrebbe non essere in grado di distinguere adeguatamente tra un contenuto illecito ed un contenuto lecito, sicché il suo impiego potrebbe produrre il risultato di bloccare comunicazioni aventi un contenuto lecito.
    Da un punto di vista normativo la Corte di Giustizia ricorda che l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 vieta alle autorità nazionali di adottare misure che impongano ad un prestatore di servizi di hosting di procedere ad una sorveglianza generalizzata sulle informazioni che esso memorizza. Tale divieto, come sostenuto dalla stessa Corte  abbraccia, in particolare, le misure nazionali che obblighino un prestatore intermedio, come un prestatore di servizi di hosting, a realizzare una sorveglianza attiva su tutti i dati di ciascuno dei suoi clienti per prevenire qualsiasi futura violazione di diritti di proprietà intellettuale. Peraltro, un siffatto obbligo di sorveglianza generale sarebbe incompatibile con l’articolo 3 della direttiva 2004/48, il quale enuncia che le misure contemplate da detta direttiva devono essere eque, proporzionate e non eccessivamente costose.
    Alla luce anche di questa giusta decisione della Corte di Giustizia sarebbe ormai il caso di pensare ad un modo diverso di tutelare il diritto d’autore sul web, che si fondi su concezioni del tutto diverse da quelle di carattere tradizionale, che ma si conciliano con il mondo di Internet. La giusta chiave di lettura potrebbe essere quella di Richard Stallman, che nell’ottica di una consapevole condivisione dei saperi e delle informazioni, ha previsto un modo diverso di tutelare il diritto d’autore di opere dell’ingegno come i software, senza andare ad intaccare i principi fondamentali di tutela che vanno sicuramente sostenuti.
    Atteggiamenti di carattere repressivo, imposizioni di polizia, controlli serrati sono tutti comportamenti che alla lunga producono risultati opposti a quelli voluti, sono contrari all'ordinamenti giuridico ed implicano inevitabilmente la violazione di altrui diritti fondamentali che giustamente la Corte Europea ha rilevato.



    http://www.altalex.com/index.php?idnot=17251

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  • Niente chat su facebook per chi è ai domiciliari
    Niente Chat su Facebook per chi è agli arresti domiciliari. Lo afferma la Corte di Cassazione spiegando che chi si trova sottoposto a quel regime detentivo ed abbia il divieto di comunicare con terzi, non può permettersi di chattare con i suoi amici sui social network. Non che si debba fare a meno del tutto di Internet, sia ben chiaro, ma per la Corte l'utilizzo della rete può essere fatto solo per ragioni meramente conoscitive e non per comunicare a distanza. Il chiarimento arriva dalla quarta sezione penale della corte che ha così confermato un provvedimento con il quale un detenuto agli arresti domiciliari si era visto sostituire i domiciliari con il carcere per l'accertata violazione del divieto di comunicare con persone diverse da quelle che abitano con lui o che lo assistono. Nel caso di specie peraltro il detenuto si era messo in collegamento con un suo coimputato. Inutile il ricorso per Cassazione dove il detenuto ha cercato di difendersi sostenendo che nel provvedimento che gli faceva divieto di comunicare con terzi non era stato specificato che il divieto fosse valido anche per le comunicazioni a distanza. La Corte di cassazione (sentenza n.n.4064/2012) ha respinto il ricorso confermando la precedente decisione del tribunale e confermando quindi che con la chat è stato effettivamente viuolato il divieto di comunicare con terzi. 



    http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_11436.asp

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  • Google cambia la privacy policy "Miglioreremo sicurezza e risultati"
    Google rivede e semplifica la propria politica per la privacy e le condizioni di uso. Se prima i vari servizi del gigante americano non "dialogavano" in maniera particolarmente evoluta tra loro, adesso riconosceranno un utente in qualunque ambito Google questo si muova. La differenza rispetto a prima in sostanza è che l'utente approverà una politica di privacy unica e comune a tutto l'ecosistema di Big G, e i dati che il motore raccoglie dai propri utenti essere utilizzati da più applicazioni e servizi.
    Le nuove norme entreranno in vigore il 1 marzo e semplificheranno e uniformeranno quelle esistenti. Le regole in vigore saranno consolidate. "Le autorità chiedono politiche di privacy più semplici e averne una unica per vari prodotti" va in questa direzione, afferma Alma Whitten nel blog di dell'azienda, fondata da Larry Page e Sergey Brin, leader mondiale della ricerca sul web.

    In particolare, Mountain View dovrebbe consolidare e raggruppare le circa 60 regole attuali. "Abbiamo riscritto la politica per la privacy dalla A alla Z affinché sia più semplice e più comprensibile", ha spiegato Google in un comunicato. "Queste nuove regole riflettono i nostri sforzi per migliorare la sicurezza dei nostri utenti", è stato aggiunto, precisando che gli internauti potranno contare anche su "migliori risultati" nelle loro ricerche. Una semplificazione che inevitabilmente porterà l'utente ad una gestione più consapevole

    della sua presenza su Google, attraverso un "compattamento" dei servizi offerti dall'azienda e una interscambiabilità dei dati.
    Le polemiche sul web non sono mancate, ma come puntualizza l'azienda di Mountain View, sono basate su interpretazioni non corrette della nuova policy. Di sicuro, l'utente non potrà esercitare "l'opt-out", cioè o si accetta l'esperienza come Google la intende con i nuovi termini, oppure niente. Ma in realtà le preoccupazioni relative a dati e categorie di informazioni sensibili (come la salute, ad esempio) o informazioni personali non vengono e non verranno raccolte dal motore. Inoltre, la nuova policy mantiene ovviamente inalterata la locazione dei dati, che non potranno mai essere utilizzati da un utente diverso da chi li fornisce. Insomma, la sicurezza e la privacy non vengono in alcun modo messe in discussione. E come ricorda Google, esiste comunque un pannello di controllo centrale attraverso cui selezionare le opportune preferenze utente.

    Per gli utenti quindi questo nuovo corso si tradurrà in una semplificazione d'uso e in maggiore precisione dei risultati, con i vari servizi, che "parleranno" tra loro.  Ad esempio, una ricerca di un prodotto su Google, potrà far apparire video relativi a quel prodotto nei consigli di Youtube. Siti apparentemente distanti saranno molto più vicini. Nell'idea dell'azienda comunque, che si vanta di non essere "evil", cattiva, compattare le regole significherà anzitutto radunare in un ecosistema più pulito e con un unico punto di accesso tutti i servizi e le attività. In cui potersi muovere più facilmente tra il motore di ricerca, Youtube, Picasa, Google+ e convogliare possibilità e risorse in un unico, e più gestibile, profilo di sicurezza.
     
     
     
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/01/25/news/google_nuovi_termini_privacy-28741626/

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  • La protesta online delle vittime dei «deal»
    Megasconti, ma anche insoddisfazione. Non solo offerte eccezionali per giri in Ferrari o in mongolfiera. Il fantastico mondo di Gropoun, il sito di social shopping approdato in Italia 18 mesi fa, oggi si popola di proteste, reclami, minacce di denunce. Malcontento tra gli utenti, ma pure fra le aziende che dovrebbero erogare i servizi. A sorpresa, il trionfo dei deals spesso non fa felici i partner di Groupon. Come è possibile? Schiacciate dall’enorme numero di acquisti o prenotazioni, a volte le società si trovano costrette a bloccare le forniture oppure a ritardarle senza tempi certi.
    IL CASO - È successo a una pasticceria di Milano, la prima nel capoluogo lombardo ad aver aderito all’offerta di vendere paste e torte sotto costo: 9 euro al chilo, anziché 24, una proposta lanciata il 28 novembre. Come è andata? Un successone. Peccato che i seicento coupons venduti in pochi giorni non facciano sorridere i titolari. Troppo lavoro sotto Natale, in più perdite sicure nel bilancio. «Abbiamo avvertito il sito — spiega la pasticciera —, purtroppo per dicembre non possiamo prendere prenotazioni per i clienti di Groupon. Il buono vale sei mesi — promette la pasticciera — quindi, riprenderemo la fornitura dopo le feste». Dai dolci alle vacanze. Non sono stati fortunati neppure quelli che per Capodanno avevano contato su un bel soggiorno in Sardegna, in un hotel a quattro stelle, antica residenza nobiliare risalente al XVIII secolo «una delle più rappresentative abitazioni padronali di Sardara e del Medio Campidano». Novecentocinquanta coupons venduti a fronte di 50 concordati. Per questo «Casa Diana» ha annullato il contratto, con un annuncio sul proprio sito per placare l’ira dei consumatori. E un consiglio: «Chiedete il rimborso a Groupon». Una parrucchiera bolognese, Roberta Zanarini, invece, sta provando da un mese a rescindere il contratto di fronte alla mole di shampoo, tagli, meches, colore e altro ancora, che l’aspetterebbe se dovesse soddisfare in sei mesi i 450 coupon venduti in ottobre, a soli 29 euro. «Non so più come uscirne — racconta —, quelli di Groupon mi avevano promesso un centinaio di acquisti, invece mi sono trovata travolta dalle prenotazioni. Se rifiuto, la gente se la prende con me, invece non sa che i soldi finiscono nelle casse dell’azienda e noi partner li prendiamo solo a prestazione erogata». Quanto guadagna un partner? «Nel mio caso, ma credo sia abbastanza la regola, prenderò il 50 per cento di quello che i clienti pagano per il coupon, il resto lo trattiene il sito».
    LA PALESTRA - Sempre a Bologna c’è una palestra che ha registrato il record di acquisti: 600 abbonamenti, quando ne erano stati concordati appena 80. «Conosco il titolare — spiega Roberta —, adesso ha problemi grossi con la clientela storica, troppi iscritti e disagi per tutti». C’è anche un’estetista nei guai, che chiede di non rivelare il nome: «Seicentocinquanta coupon venduti da smaltire giro di sei mesi, in pratica 6.500 fanghi che neppure le terme di Salsomaggiore potrebbero effettuare». Casi italiani. Ma il ciclone Groupon ha scosso anche i partner inglesi. Il problema sembra sempre il medesimo. Si lamenta sulle pagine del Daily Mail mister Harman, 53 anni, titolare di un pub famoso per il patè di fegato di pollo: «Negli ultimi sei mesi ho sgobbato per preparare 750 pranzi. Il guadagno? 5 sterline e mezzo a pasto». Sono andati a ruba anche i coupon per l’acquisto di cupcakes, 102 mila pezzi venduti in pochi giorni, gioia per il palato dei fortunati acquirenti, ma anche rovina per la pasticciera inglese Mrs Brown: «Per soddisfare gli ordini dovrò assumere altri dipendenti, ho fatto i conti: perderò 2 sterline e mezzo per ordine».
    SU FACEBOOK - Sul fronte dei consumatori la protesta infuria su Facebook. Sono quasi 350 i clienti delusi (numero in costante crescita) che gridano vendetta. Determinati, ostinati, irriducibili, si sono riuniti in gruppo tre settimane fa. Non solo per riavere i soldi, ma anche per demolire l’immagine del «market» con una pubblicità negativa che, al primo impatto, scoraggerebbe chiunque dall’intraprendere qualsiasi acquisto virtuale. Il gruppo si chiama «Groupon: problemi e denunce», e cerca di affrontare difficoltà e intoppi legate a compravendite non andate a buon fine. Storie natalizie, come quella di Elena di Milano: «Ho comprato un albero di Natale il 27 novembre, regolarmente pagato, con una e-mail di conferma inviatami da Groupon: mai consegnato. Ho mandato decine di e-mail e perso ore in telefonate senza avere alcuna risposta dal sito. Ieri ho inviato una diffida con un ultimatum, se non vengo risarcita, farò una denuncia». Regali natalizi mancati per Emanuela P. di Varese: «Io ho ordinato due paia di Ugg (stivali in montone, ndr) il 26 ottobre. Nonostante abbia mandato sollecitazioni via e-mail e chiamato diverse volte il servizio clienti, non ho ottenuto alcun risultato. Inutile dire che gli stivali non li voglio più e rivoglio i miei soldi, 149 euro, sulla carta di credito».
    I SUGGERIMENTI - I consigli su Fb non mancano. Chi ne sa di più è Fabrizio Gallina, che insieme a Roberto Poggi è tra i fondatori del gruppo: «Avevo comprato un Iphone che naturalmente non è mai arrivato. Dopo mesi di insistenze, ho cercato di guardarmi intorno, e su internet ho cercato persone che come me avevano avuto una brutta esperienza. Ora eccomi qua, attraverso il gruppo su Facebook, aiuto chi non sa come uscire dalla rete di Groupon». Un altro punto di contestazione è quello delle fatture. Argomento forte di Roberto Poggi, che dalle pagine del social network non si stanca di raccomandare di farsele mandare: «Spesso non arrivano con il prodotto, e a farne le spese è la durata della garanzia. Anche in questo caso la parola d’ordine è «non demordere».
    LA DIFESA - Come si difende Groupon? «Non in tutti i casi si stabilisce un limite alle vendite — spiega Federica Moscheni, communication manager —, se esiste, noi rispettiamo il tetto massimo fissato nel contratto. Quando non c’è, e il problema è legato al partner che non riesce a soddisfare l’acquirente, l’utente può chiedere il rimborso a noi». E il caso dell’hotel sardo, Casa Diana? «Abbiamo sbagliato noi. C’è stato un ritardo nella comunicazione del numero dei coupons da vendere e non abbiamo fatto in tempo a bloccare l’offerta. Per questo abbiamo già provveduto ai rimborsi».Nessuna obiezione, peroò, sui problemi con la clientela: «Sappiamo che ci sono delle lamentele, ma tutto è legato al business che in Italia è cresciuto molto rapidamente. Cerchiamo di migliorare, di fare di meglio, ma ci sono anche i clienti soddisfatti: loro, di certo, non si fanno sentire».
     
     
     
    http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_29/mottola-groupon_a0de2abe-3269-11e1-848c-416f55ac0aa7.shtml

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  • Adsl lenta, la riscossa dei consumatori in 6500 denunciano i disservizi all'Agcom
    Se l'Adsl funziona male, è possibile costringere l'operatore a risolvere il problema, ottenere uno sconto o, al limite, disdire la linea gratis. È quanto ha fatto un crescente numero di italiani, nell'ultimo anno: lo dimostrano i dati pubblicati questa settimana da Agcom (Autorità garante delle comunicazione). Si riferiscono all'uso di Nemesys, uno strumento fornito dalla stessa Agcom sul sito Misurainternet.it .

    Serve a un duplice scopo: testare la propria connessione Adsl e poi rivalersi sui propri operatori. Nel contempo, Agcom ha lanciato ieri la versione 2.0 di Nemesys: è un primo passo per renderlo più facile da utilizzare. In effetti, non sono tanti coloro che l'hanno usato in un anno: 6.500. Contro i 200 mila che hanno fatto un test alternativo, non istituzionale, di Sostariffe.it .

    Di quelli, sono circa 300 coloro che hanno utilizzato i risultati di Nemesys per protestare, formalmente, con il proprio operatore (tramite raccomandata). Nel 40 per cento dei casi, l'operatore ha risolto il problema, che quasi sempre riguardava una velocità troppo bassa rispetto alle promesse (che sono circa 2,5 Megabit per le Adsl a 7 Megabit). Per il 25 per cento dei reclami, invece, il problema era irrisolvibile, al solito per colpa di un doppino di rame troppo lungo o difettoso.

    L'operatore ha comunque soddisfatto l'utente, con uno sconto sul canone o permettendogli di disdire o cambiare

    gestore gratis (con un risparmio di circa 40 euro). Nel 30 per cento dei casi le proteste si sono rivelate invece infondate. Il restante 5 per cento sono reclami ancora in lavorazione. Le province da cui è arrivata la maggior parte di proteste fondate sono, nell'ordine, Roma (20 per cento), Torino (8 per cento), Napoli (7 per cento) e Milano (6 per cento).

    Il tutto è comunque una buona notizia: i risultati di Nemesys dimostrano che gli utenti Adsl non sono più indifesi nei confronti dei propri operatori. Con la versione 2.0 il test è più facile, per altro: adesso non s'interrompe più quando rileva un po' di traffico (purché minimo) sulla connessione dell'utente. Agcom però lavora per rendere più popolare il test.

    Entro marzo 2012 ne lancerà una versione molto rapida, che permetterà di testare la propria connessione Adsl ma non di protestare con l'operatore. Pensa inoltre di fornire test analoghi a Nemesys anche per i servizi banda larga mobili (Umts/Hspa). Agcom inoltre mira a pubblicare un rapporto che riveli la qualità reale delle Adsl italiane, su scala nazionale (al momento fornisce dati solo su quattro regioni, sul sito Misurainternet).

    Da uno studio di Sostariffe.it risulterebbe che la velocità media reale è circa la metà di quella pubblicizzata. "I problemi più comuni di velocità riguardano le Adsl di operatori alternativi in wholesale (che forniscono cioè il servizio in modo non diretto)", spiegano dalla Fondazione Ugo Bordoni, che gestisce Nemesys per conto di Agcom. Le città italiani minori sono costrette a utilizzare servizi di Telecom Italia o in wholesale, non essendo coperte da unbundling (rete diretta degli operatori alternativi).

    Altri due problemi sono i doppini troppo lunghi (irrisolvibile: a volte è meglio una connessione wireless, Umts/Hspa, in questo caso) o le Adsl che funzionano a intermittenza, per le quali l'unica via è aprire una procedura di conciliazione con il proprio operatore. 



    http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/12/22/news/adsl_lenta_rimborsi-27031757/?ref=HREC1-10

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  • In Italia sempre piu' famiglie con pc e internet
    Sale la quota di famiglie che nell'anno in corso, rispetto al 2010, possiede un personal computer (dal 57,6% al 58,8%), l'accesso a Internet (dal 52,4% al 54,5%) e una connessione a banda larga (dal 43,4% al 45,8%). E' quanto rileva l'Istat nel report 'Cittadini e nuove tecnologie'.

    Nonostante in Italia internet si trovi sempre in piu' case il Paese e' ancora tra gli ultimi in Europa. Secondo quanto emerge dal rapporto dell'Istat ìCittadini e nuove tecnologie', considerando la percentuale di famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni che possiede un accesso a internet da casa, a fronte di una media europea pari al 73% l'Italia si posiziona solo al ventiduesimo posto della graduatoria internazionale, con un valore pari al 62% ed equivalente a quello registrato per la Lituania.

    Nel 2011 quasi un internauta su due e' su un social media, e il rapporto e' di tre su quattro per i giovani. Secondo l'Istat, infatti, il 48,1% degli utenti internet crea un profilo utente, invia messaggi o altro su Facebook, Twitter. E la quota sale al oltre il 76% per i ragazzi di 15-24 anni.

    Tra il 2010 e il 2011 il divario tecnologico relativo al territorio e alle differenze sociali rimane stabile per quasi tutti i beni e servizi considerati. Le famiglie del Centro-nord che dispongono di un accesso a internet sono oltre il 56%, mentre circa il 49% dispone di una connessione a banda larga, a fronte di valori pari, rispettivamente, al 48,6% e al 37,5% nel Sud. Se si confronta la disponibilita' di personal computer, di un accesso a internet e di una connessione a banda larga, il divario tra i nuclei in cui il capofamiglia e' un operaio e quelli in cui e' un dirigente, un imprenditore o un libero professionista e' di circa 24 punti percentuali a favore di questi ultimi. Il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l'accesso a internet perche' non ha le competenze per utilizzarlo; il 26,7% considera internet inutile e non interessante, il 12,7% non ha accesso al web da casa perche' accede da un altro luogo, l'8,5% perche' considera costosi gli strumenti necessari per connettersi e il 9,2% perche' ritiene eccessivo il costo del collegamento. Quanto all'utilizzo, dal 2010 al 2011 si mantiene pressoche' stabile il numero di persone di 14 anni e pie' che hanno fatto ricorso a internet per ottenere informazioni dai siti della Pubblica Amministrazione, sebbene si registri un calo percentuale (dal 37,8% al 35,1%) dovuto alla crescita di coloro che utilizzano internet per altri motivi.

     
     
     
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/tecnologia/2011/12/20/visualizza_new.html_16469141.html

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