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Napoli, alla Marinella la bidonville nel parco fantasma diviso tra rom e africani
La pioggia attutisce la puzza nauseante dei cumuli di pesce lasciato a marcire tra cassette di polistirolo, pneumatici, tazze di cesso, scarpe spaiate e gli immancabili obsoleti tubi catodici sfondati.Ma è proprio là che vanno a cercare da mangiare i disperati della Marinella, per cucinare con l’acqua che prendono da un ruscelletto formato dalle perdite dei tubi della rete idrica. Mazzamma che buttano via dal Mercato Ittico, alle spalle di via Marina, dietro l’ex-Collocamento, all’altezza del Loreto Mare. È una Napoli segreta, nascosta in pieno centro. Nelle pozzanghere galleggiano preservativi usati a dozzine. Qui vengono ad appartarsi i trans con i loro clienti. Evidentemente la natura della merce in vendita li eccita e li ispira. È una Napoli estratta dai più sordidi racconti di Hubert Selby jr.Ultima fermata Marinella. Qui dovrebbe nascere un parco comunale. L’hanno progettato alla fine degli anni Novanta. Il terreno continua ad appartenere al demanio che da tempo l’ha messo nell’elenco dei beni alienabili, ma il Comune non ha più i soldi per comprarlo, sebbene abbia già stanziato alcuni milioni di euro di fondi per un angolo dei sogni. Ora, invece, è un incubo. Ed è sotto sequestro per insalubrità. Collettori fognari a cielo aperto, montagne di monnezza di ogni genere, baracche peggio di qualsiasi bidonville. Ci vivono migranti e nomadi. In due settori separati dalle scorie infernali della città. Rom e rumeni hanno costruito le loro misere abitazioni a ridosso dell’inferriata della strada interna del porto. Gli africani appoggiano le catapecchie al muro del palazzone che ospita, ironia della sorte e cecità delle istituzioni, l’Ufficio Immigrazione della Prefettura.È gente di ogni età. E, come accade nei campi rom, moltissimi sono bambini che sguazzano nel fango e si rincorrono tra i cespugli di erba appestata. Con polizia e vigili giocano da anni a guardie e ladri. Sono sgomberati da qui e da altrove (la maggior parte è gente cacciata da Ponticelli e molto sospettosa verso chiunque). Le baracche vanno giù e poi rispuntano come funghi. Nicolae ha un’età indefinibile e sta cucinando fette di una pancetta tutta lardo in un tegame ammaccato. Le cotiche sono a suppurare per terra. «Le mangerà il cane» spiega. Le donne portano dentro i bambini. Jamel, tunisino, 44 anni, è, invece, loquace. Ti cerca e ti rincorre per raccontare il suo stato di profugo.«Datemi una mano, non lavoro da settimane» invoca, perché chiunque supera la rete che li nasconde e li protegge può essere fonte di guadagno. Ma non vuole l’elemosina: «Sono regolare, ma se torno nel mio paese mi arrestano». E racconta una strana storia di soldi, debiti, assegni. «Non vedo la mia famiglia da undici anni». È molesto e si ferma quando, cercando un sentiero tra l’erba alta, ci si avvia verso le baracche degli africani, allineate sul muro dell’ex-Collocamento. Di fronte, sul largo masso di cemento ci sono quattro assi alzate a formare un baracchino. «È la nostra doccia e il nostro bagno» spiega Joanne. Dice che è ghanese, come tutti i disperati della Marinella risaliti dall’Africa.«Avevo trovato un lavoro» racconta. «Avrei fatto la cameriera da una vecchia signora. Ma la figlia quando ha saputo che ero nera non mi ha voluto». Con lei c’è Bernard, poco più che ventenne. Prima stava a Castelvolturno. E c’è Isaac, barbetta bianca, alito da alcolizzato. Chiede qualche spicciolo per sciogliere la lingua. E racconta le solite miserie. Il suo tormento sono le zanzare. «Mi succhiano tutto il sangue, il Comune dovrebbe fare una bonifica, perché qui non possiamo vivere». Non gli salta in mentre di essere considerato un intruso. Quella è la sua casa.Un mondo a parte. Disagio nel disagio.Questa della Marinella è la storia vera. «I politici purtroppo non hanno capito più si marginalizzano i migranti più si mette a rischio la sicurezza» commenta amaro Enzo Somma della Comunità di Sant’Egidio. «Lo zingaro è ormai un capro espiatorio non solo in Italia. Si pensa di erigere muri, alimentando il pregiudizio che ai nomadi piacerebbe vivere nei rifiuti». Gianfranco Wurzburger, assessore della Municipalità, rincara la dose: «È scandaloso e pericoloso che ci sia gente che viva in quelle condizioni. Bisogna recuperare uno spazio importante per dare un polmone verde a questa parte di Napoli e consentire una vita dignitosa a tutti». Sogni. Ma qui solo l’incubo ha il permesso di soggiorno.
Fonte: http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=122527&sez=NAPOLI


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